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Cosa è Wandering Lawyer

Questo blog, parla principalmente di viaggi e parole. Di come mi sono imbattuto in alcune parole durante i miei viaggi, per scoprire che certe parole hanno viaggiato più di me. Le parole sono lo spunto per descrivere scorci dei posti che ho visitato e per raccontare qualche ricordo più o meno divertente, pubblicare qualche mia foto, parlare di qualche poeta, musicista, artista che ho conosciuto in viaggio e ancora allieta la mia vita. Occasionalmente, poi, mi avventuro in maniera scherzosa nel territorio del diritto, altro tema che accompagna la mia vita, sempre legandolo ad aneddoti dei miei viaggi passati. Se avete una parola di cui volete parlare, sarò lieto di ospitarvi.

Seduto nel ristorante con Tigran, a Yerevan, davanti a un sorso di Ararat, dopo l’ennesima riparazione della mia macchina, mi diverto a farmi insegnare parole in armeno. L’impresa non e’ semplicissima. Le parole sono lunghissime e, apparentemente, non assomigliano a nulla di minimamente familiare. Tranne a un certo punto, quando Tigran ci insegna i numeri. Conta da uno a dieci.

–  Ripeti il nove, gli dico.

Iny, mi dice.

Ennea, greco, gli dico, assomiglia al greco!

La mia intuizione è giusta. In effetti l’armeno, lingua indoeuropea, appartenente a un ramo a parte, trova (ma molto alla lontana) quale suo parente più stretto il greco antico e proprio il nove viene portato come uno degli esempi.

Le cose si complicano quando chiedo  a Tigran come scrivere queste parole.

L’alfabeto. In quel viaggio, un folle percorso in macchina da Milano a Ulan Bator, abbiamo già attraversato diversi alfabeti. Familiari (quello latino in Slovenia, Croazia e Turchia), meno familiari ma parzialmente comprensibili anche a un Italiano che non li conosce (cirillico in Serbia e Bulgaria) e totalmente incomprensibili (Georgia, Armenia, Iran).

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L’alfabeto è una frontiera. Le frontiere mi provocano smarrimento, incertezza, a volte addirittura paura. Sguardi fissi di persone in divisa che a volte (spesso in quel viaggio) parlano lingue che non comprendo, domande, controlli. Nuove domande, nuovi controlli, ordini, sguardi intimidatori. Anche se non ho niente da nascondere, quando mi avvicino alla frontiera, mi sento smarrito.

La frontiera è anche il primo pezzo di terra che mi separa da un nuovo paese, il velo che mi separa da un mondo sconosciuto. E appena entrato, lo guardo per la prima volta, le scritte nella lingua locale, i volti diversi, l’abbigliamento, anche solo la forma diversa dei cartelli stradali locali. Ma è solo una prima impressione. Mi manca tantissimo per conoscere il nuovo paese.

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Un nuovo alfabeto, completamente diverso da quelli che conosco mi provoca allo stesso modo smarrimento. Non sono in grado di individuare parole o suoni familiari, come mi e’ successo con Tigran o poi con Gonchar in Iran. Non capisco nulla di quello che leggo. Non ho più alcun controllo. Di fronte a un nuovo alfabeto mi sento smarrito. Eppure, se solo imparassi l’alfabeto inizierei almeno a intravedere un nuovo mondo, come quando, attraversata la frontiera, il mio sguardo si posa per la prima volta verso il nuovo paese.

Lo stesso smarrimento mi prende a volte con le persone. Ognuno di noi parla un proprio linguaggio e alcuni di noi, forse, lo criptiamo ulteriormente con un alfabeto tutto nostro. E’ lo smarrimento che avverto quando non decifro dei comportamenti, delle frasi, o ancor peggio, quando non comprendo proprio l’alfabeto di una persona. L’alfabeto è una frontiera, la prima cosa da imparare per potersi avvicinare al nuovo mondo. Non a caso, per indicare le prime cose, le più essenziali, da imparare, diciamo l’”ABC”. Ti insegno l’ ABC della fotografia, così puoi iniziare a fare le prime foto. Ma dai! Come puoi non sapere questo? è l’ABC…

Forse a volte, con le persone, sbaglio a comprenderne l’alfabeto, prima ancora che il linguaggio o i comportamenti. Confondo una P cirillica, che indica una nostra R, con una nostra P; una loro C, che sta per S, con la nostra C.

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E così interpreto un no come un sì o un sì come un no. Stanchezza come tristezza, noia come irritazione, falsa cortesia come franca amicizia, educazione come riservatezza. Leggo con il mio alfabeto, cose che sono scritte in un altro alfabeto. Applico i miei codici a quelli degli altri. Interpreto i comportamenti sulla base del mio alfabeto, non del loro. Non capisco e mi sento smarrito, a volte ho paura, come alla frontiera, come di fronte all’alfabeto armeno o quello georgiano. Alla fine gli alfabeti sono una convenzione, possono essere cambiati, tanti stati lo hanno fatto nella storia: la Turchia, l’Azerbaijan addirittura tre volte, la Mongolia.

Ma restano una frontiera. E non amando, come si è capito, le frontiere, mi affascina provare a comprenderli, e provare – con fragoroso insuccesso – a capire le persone, per abbattere almeno qualcuna delle frontiere non fisiche. Ma a volte, i nostri comportamenti hanno dei codici imperscrutabili per chi non ci conosce bene. Dei veri alfabeti, fonti di grandi malintesi, e di impenetrabili barriere.

Anche a questo penso, a 100 chilometri da Teheran e 30 da Amadan, paese natale di Ahmadinejad, mentre spingiamo la macchina verso un benzinaio lontano un chilometro, a quaranta gradi nel torrido deserto.

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Un fottuto alfabeto potrebbe decretare la fine del nostro viaggio. Anzi, in quel momento sono convinto la abbia già decretata. Partiti da Teheran, dopo 100 chilometri, in direzione Turkmenistan una spia rossa si accende minacciosa nel cruscotto. Ci intima “Stop”! Indecisi sul da farsi ci fermiamo. La macchina non riparte più. Francesco, il mio compagno di viaggio mi chiede: – che facciamo? Come sempre in questi momenti, accendo una sigaretta sperando, con questo rituale, di recuperare lucidità. E, in effetti, ho un’intuizione.

Un’oretta prima, ci eravamo fermati a Teheran a fare il pieno di gasolio. Molte pompe di benzina qui riportano i nomi del tipo di carburante solo in Farsi, nel loro maledetto (in questo caso) alfabeto. Inoltre i colori non sono i nostri classici verde e nero, ma sono totalmente casuali. Molto probabilmente il benzinaio ha versato il carburante sbagliato, nonostante abbiamo a più riprese chiesto se fosse diesel quello che stava versando. Come si dirà poi diesel in Farsi? E come si scriverà?

Fermi nel mezzo del deserto per un dannato alfabeto. La macchina, forse irrimediabilmente andata. Ed io stanco, forse irrimediabilmente, di frontiere, alfabeti, comportamenti, persone, donne, del mondo, di tutto. O forse è solo il mio alfabeto, appaio stanco, ma non sono davvero stanco.

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